Perché ubriacarsi in Bolivia non è sempre una buona idea.

25 May, 2016 - Redacción

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Perché ubriacarsi in Bolivia non è sempre una buona idea.

La macchina si fermò nel mezzo del nulla dando così pace alle nostre teste pesanti.
Quei solchi, perché chiamarle strade sarebbe fantasia, ci stavano massacrando dalle 8 di mattina. Il nostro corpo non abituato a vivere ad un’altezza media di 4500 m.s.l.m. stava passando il peggiore post-sbronza di sempre. Ma torniamo indietro di poche ore.

La sera prima, appena arrivati all’ostello di Quetena Chico, un villaggio di ben 800 persone, incontriamo altri giovani viaggiatori (apparte Alfonso) che stanno facendo un tour come il nostro.
In ordine casuale sono:
Alfonso: signore spagnolo di Pamplona di mezza età ma pimpante come un sedicenne.
Micha: ragazzo svizzero in viaggio da più di 5 mesi.
Carlos: personaggio incredibile dal Libano in viaggio da circa 3 mesi.
Mael: altro ragazzo svizzero che viaggia assieme a Micha.
Guillermo: ragazzo argentino che è alla scoperta del Sudamerica da circa un mese e mezzo.

Ci appaiono subito simpatici. Chiacchieriamo e prima di andare a mangiare a Carlos viene la pazza idea di sfidare dei ragazzi a calcetto che ha visto giocare prima di fermarsi nell’ostello.
Accettano tutti, nonostante il mal d’altitudine sia sempre in agguato.
Raggiungiamo i ragazzi e gli proponiamo un Bolivia vs Resto del mondo. Loro accettano senza problemi, consapevoli della loro forma fisica, infatti dopo appena due scatti e due passaggi al buon Jonas, che si mangia la rete del 1-0 tirando clamorosamente fuori, il respiro inizia a mancare e il cuore a battere sempre più forte. Più che vincere una partita sto vincendo un infarto.
Dopo solo 8 minuti di gioco il risultato segna 2-0 per i padroni di casa e svariati giocatori della squadra ospite sdraiati a terra a cercar di recuperar fiato.
Morti e sconfitti chiacchieriamo con i ragazzi del luogo e nel frattempo alle nostre spalle il sole inizia a calare colorando di rosa candido il cielo, togliendoci quel poco fiato che ci è rimasto in corpo.
Facciamo una foto tutti assieme dove c’è chi ride per averci umiliato e chi ancora boccheggiante dal rischio di morire sul campo da gioco.

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Con calma e a passo blando torniamo al nostro ostello. La cena è pronta. Ci rimpinziamo di zuppe, cotolette e patate e poi ci facciamo un tè con le foglie di coca.
Il mal d’altitudine è la paura di tutti. E la coca aiuta molto a combatterlo.
Dopodiché io e Jonas tiriamo fuori le bottiglie di vino e iniziamo a bere offrendolo anche all’altra macchinata, con solo pochi temerari che si uniscono a noi.
Una bottiglia. Due bottiglie. Tre bottiglie.
Alla fine della terza bottiglia il sonno ci accoglie come bambini dolci e crolliamo nel freddo che può fare in autunno a 4.300 metri d’altitudine,

La mattina dopo riconosciamo lo stupido l’errore di aver bevuto tanto.
La testa è pesante e il nostro povero fisico fa fatica a ripartire a pieno regime. Colazione alla svelta e
poi montiamo in macchina.
Le strade, quelle dannatissime strade inesistenti ci massacrano per più di due ore fino a quando come per miraggio appare una meravigliosa pozza d’acqua termale.
Ci cambiamo e ci buttiamo nella meravigliosa piscina naturale, che dà sul Salar de Chalviri.
I danesi ovviamente portano della birra con loro che io non posso rifiutare. Alla fine perché no? (e ce ne sarebbero davvero a valanga di motivi per non farlo, ma nessuno di questi in quel momento era davvero valido.)
L’acqua che varia dai 35 ai 40 gradi ci coccola dolcemente mentre il fresco vento e il giovane sole mattutino ci colpiscono il viso, e noi affacciati su Chalviri ci facciamo cullare da Madre Natura, come solo lei sa fare.

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Dopo due birre e mezz’ora di bagno termale ci tocca tornare sulla nostra macchina spacca schiene.
Continuiamo il nostro viaggio tra lagune verdi piene di arsenico, lama che corrono ovunque e geyser puzzolenti sempre con i nostri corpi spezzati dalle sterrate strade boliviane.
Per tutto il tragitto appallottoliamo foglie di coca e ce le infiliamo nella guancia. Il sapore amaro e forte non è dei migliori gusti provati, ma la coca aiuta molto nel post-sbronza e soprattutto nell’evitare il mal d’altitudine dato che siamo a 4.200 metri sopra il livello del mare.
Aspettiamo che si sciolgano, sembrando così tutti degli scoiattoli che hanno appena fatto provviste.
Fino a quando, arriviamo dove tutta questa storia è iniziata.
Alla Laguna Colorada.

Una volta che la macchina si è fermata nel mezzo del nulla i nostri corpi distrutti si incamminano verso i fenicotteri. Ce ne sono a migliaia. La nostra guida-autista-dj Victor ci dice che in media ce ne sono dai 3000 ai 5000, sono bellissimi.
Quasi immobili, immergono il becco in cerca di cibo senza che nessuno li disturba, protetti dalle montagne che svettano sulla laguna. E noi lì, altrettanto immobili che li osserviamo da una spiaggetta grigio-rossastra con l’unica preoccupazione di non far rumore, un po’ come quando entri nella camera di un bambino che dorme.
Tiro fuori il taccuino e scrivo qualcosa, che più tardi si trasformerà in poesia.
Poi, un sibilìo del vento li fa muovere un po’ più in là lentamente accarezzando l’acqua, mentre noi torniamo alla nostra Toyota in silenzio meravigliati.
Victor inserisce la prima e partiamo.
Anche noi stiamo, lentamente, andando sempre un po’ più in là.

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A settimana prossima con il prossimo racconto.

“Camminai su sabbie
di color rosa
Sabbia
talmente levigata
dalle carezze
da diventare
pelle morbida
Pelle su cui
scivolare dolcemente
Pelle
dove si incontrano
tutti i sapori della terra
tutti gli odori del mondo
tutte le sensazioni
che pensavo
non esistessero prima”

Il Bardo

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