Salar de Uyuni. Il luogo dove l’orizzonte non ha fine.

1 June, 2016 - Redacción

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Salar de Uyuni. Il luogo dove l’orizzonte non ha fine.

Dei battiti di mani ci tirano giù dal letto. Il sole non ha ancora la voglia di splendere in cielo. L’orologio sul mio polso sinistro segna le 5.06.
E poi c’è chi dice che quando parto vado in vacanza.
Con fretta e furia ci alziamo, ci sciacquiamo la faccia con l’acqua gelata dell’ostello, mettiamo addosso le giacche e ci avviamo alle nostre macchine. Aiutiamo Victor a caricare sul tetto i nostri zaini e a fissarli con le corde e poi partiamo finalmente per il famoso Salar de Uyuni.

Questo luogo è stato il motivo principale del mio viaggio.
Lo vidi in foto e da quel momento decisi che ci sarei arrivato. In un modo o nell’altro.
E finalmente, quella mattina eravamo sulla strada che ci avrebbe portato nel deserto di sale più grande del mondo. Il mio punto d’arrivo! La mia destinazione!
Anche sta volta, ero arrivato dove volevo arrivare!

Prima di ammirarlo in tutto il suo splendore, ci fermiamo in un’isoletta nel mezzo di questo immenso paesaggio bianco. Si chiama Isla Incahuasi ed è un’isola ricoperta completamente di cactus. Ci fermiamo qui perché così possiamo ammirare la meravigliosa alba che sorge.
Per entrare c’è da pagare un biglietto di 20 pesos, poi iniziamo a scalare questo isolotto fatto di roccia e cactus. Assieme a noi c’è anche l’altra macchina dei ragazzi conosciuti i giorni precedenti.
Arriviamo in cima e ci sediamo su delle rocce in attesa che il sole spunti e che dia l’inizio ad una giornata indimenticabile. Mi siedo vicino a Carlos, mi tiro su il cappuccio e inizio la mia attesa. Nell’aria fredda si respira un’atmosfera di pace e riflessione. Tutti i visi sono immobili e pensierosi, la nascita di un’alba è un momento davvero intenso, e tutti erano pronti a ricevere questa scarica di meraviglia addosso.

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E alle 06.43 il sole decide di spuntare da dietro le montagne. Il silenzio in quell’isola, in quel momento è una cosa che mai e poi mai scorderò in vita mia.
Come se qualcuno per due minuti avesse premuto il tasto muto del mondo.

Piano piano il buio cielo inizia a diventare rosa per poi colorarsi sempre di più di un azzurro paradisiaco che riflesso con il bianco del sale diventa ancor più luminoso.
Quando il sole prende la sua forma sferica tutti assieme con la fame di chi non ha ancora fatto colazione ci avviamo alle nostre macchine per mangiare.
I tavolini di sale, una volta scesi dall’isoletta, si presentano con pane e marmellata, torte, caffè e te.
Ci ingozziamo come porci assieme ad un cane che rinominiamo Bobo.
Nel frattempo il sole è sempre più alto e caldo. Finiamo di mangiare, salutiamo Bobo e prima di salire in macchina per andare nel mezzo del Salar de Uyuni ci cambiamo e ci mettiamo la crema per le scottature. I danesi e gli svizzeri dopo 10 minuti stanno già prendendo un colorito tendente all’aragosta. Dopodichè saliamo in macchina e andiamo.
Direzione: il luogo dove non c’è orizzonte.

Un’ora di strada con canzone boliviane e il paesaggio del finestrino monotono e arriviamo nel mezzo di questo immenso deserto di sale.
Victor ferma la macchina, ma a fermarsi è anche il mio cuore.
Dopo 16 giorni di viaggio, bus incredibilmente stretti, strade sterrate, ostelli e incontri incredibili sono arrivato dove volevo arrivare.
Non c’è niente all’orizzonte se non il bianco del sale che si impatta violentemente con l’azzurro del cielo. Rimango fermo a guardarlo qualche secondo, e l’emozione prende il sopravvento. Scende una lacrima. Resto lì, immobile nel mio momento. A farmi risucchiare completamente nell’esperienza e capisco di essere felice. Mi riprendo e vado dagli altri.
Mi faccio fare una foto di rito e poi con gli altri iniziamo a fare foto stupide, come da tradizione.
C’è chi fa finta di aggrapparsi a degli accendini, chi viene mangiato dai dinosauri, e chi fa il trenino su un barattolo di Pringles.

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Tempo di fare altre foto tutti assieme e di scottarci un po’ e poi saliamo in macchina e torniamo nel mondo civile. Ultima tappa di questo incredibile tour è il cimitero dei treni di Uyuni, un luogo estremamente turistico dove centinaia di turisti fanno foto sulle carcasse dei treni.
Stiamo giusto 10 minuti e poi ci avviamo verso il centro di Uyuni. Compro degli aguayo da portare a casa e poi mangiamo qualcosa tutti assieme. Una volta finito l’ultimo pranzo di famiglia salutiamo ringraziando il nostro autista Victor e il nostro “chef” dormiglione Omar.
Chiediamo se c’è un bus che parte a breve per Potosì. Non ci ispira molto restare a Uyuni, ci sono più stranieri che locali. Quindi decidiamo di scappare il più presto possibile.
Lo troviamo e abbiamo solo 10 minuti per salirci. Recuperiamo i nostri zaini e ci fiondiamo sul pullman. Con noi salgono anche i due svizzeri e Carlos.
La baracca in cui viaggiamo lentamente parte lasciandosi alle spalle una cortina di fumo nero.
Di fianco a me e Jonas c’è una bambina che dorme nell’aguayo di sua madre.
Ed in silenzio, appoggiando la testa al lurido finestrino prendo esempio da lei.
Crollo in un sonno profondo, coccolato dai tornanti boliviani con un sorriso stampato in faccia.
Sono felice.

“Ancora incredulo
e stupefatto
su questo scomodo bus
penso alla bellezza appena vista
Terra e cielo
cielo e terra
Il bianco
e il blu
che si sposano sull’altare dell’orizzonte lontano
come due vergini puri e limpidi
senza nessun peccato addosso”

Il Bardo

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